Abiti puliti: la moda sfida il caporalato

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Abiti puliti: la moda sfida il caporalato

Tra sensibilizzazione e iniziative, una rete contro lo sfruttamento e la schiavitù moderna

E’ del 2011 la prima sentenza che ha riconosciuto in Italia la “riduzione in schiavitù” dei lavoratori. Nel processo Sabr, tenuto presso l’aula bunker della Corte d’Assise di Lecce, i giudici condannarono caporali e imprenditori. Tutto è partito dall’inchiesta dei carabinieri del Ros sull’impiego e lo sfruttamento, avvenuto dal 2008 al 2011 nelle campagne di Nardò, della manodopera straniera per la raccolta delle angurie e dei pomodori.

Il processo Sabr fece storia perché condannò, nella moderna Italia, undici imputati per “riduzione in schiavitù”. Tra questi, non solo il caporale tunisino Ben Mahmoud Saber Jelassi, detto “Sabr” – da cui il nome dell’inchiesta – ma anche l’imprenditore italiano che organizzava l’arrivo, la permanenza e i turni di lavoro dei braccianti sfruttati. Le indagini verificarono che la paga dei migranti, ovviamente lavoratori in nero senza tutele né contributi, era di pochi euro per ogni cassetta di pomodori raccolta…

A distanza di 7 anni, la situazione non è migliorata di molto. Lo dimostra lo studio prodotto dall’Osservatorio Placido Rizzotto che stima 430mila vittime di caporalato nel 2017, con un aumento di 15mila unità l’anno. L’Osservatorio – nato nel 2012 in memoria del sindacalista ucciso dalla mafia nel ’48 a causa del suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre – indaga l’intreccio tra la filiera agroalimentare e la criminalità organizzata, con particolare attenzione al fenomeno del caporalato e dell’infiltrazione delle mafie nella gestione del mercato del lavoro agricolo…

Quello agricolo non è l’unico settore produttivo segnato dallo sfruttamento dei lavoratori. Storicamente in Italia anche la produzione di abbigliamento e calzature è terreno fertile per infiltrazioni malavitose o semplice abuso di potere nei confronti di operai sottopagati. Caso esemplare – in negativo – è la città di Prato, da anni principale polo manufatturiero della moda nostrana e non solo. Migliaia le aziende, piccole e grandi, che operano nel settore della produzione di abiti e accessori; molte di queste sono cinesi. Qui, in particolare, l’illegalità è ancora ben radicata. “Prato continua a dimostrarsi una specie di paradiso per chi vuole operare nell’illegalità sfruttando il lavoro dei più deboli”, ha evidenziato pochi giorni fa Massimiliano Brezzo, segretario della Filctem-Cgil, il sindacato dei lavoratori tessili in merito alla situazione nella città toscana.

Lo dimostrano le cifre riportate lo scorso 18 ottobre durante il convegno “Sfruttamento lavorativo: analisi, strumenti di tutela e prospettiva”, svoltosi proprio a Prato in occasione della 12a Giornata europea contro la tratta di esseri umani. Nel 2016, in Italia, si contavano 34 procedimenti con esercizio dell’azione penale e appena 8 processi pendenti. Durante i lavori, il procuratore Giuseppe Nicolosi e il sostituto Lorenzo Gestri hanno descritto la situazione della città toscana dopo l’introduzione della nuova legge che ha riformato l’articolo 603-bis del Codice penale: la norma rende più efficace l’azione giudiziaria in fatto di sfruttamento e intermediazione illecita del lavoro, il cosiddetto “caporalato”. “Prima – ha spiegato Gestri – si puniva solo chi reclutava i lavoratori ora si punisce anche chi sfrutta, impiega e assume, vale a dire il datore di lavoro. L’uso di violenza, minaccia o intimidazione non definiscono più la fattispecie del reato ma diventano aggravanti. Non solo: si punisce comunque, anche senza che vi sia una organizzazione a monte dello sfruttamento”. “Il vero dominus – ha concluso Gestri – è il datore di lavoro che prima restava impunito”.

La Campagna Abiti Puliti

“La situazione di sfruttamento e sofferenza per i lavoratori e le lavoratrici del settore tessile è strutturale e globale e i problemi non restano confinati in alcune regioni del Pianeta”. Lo rileva in una intervista a Osservatorio Diritti Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti.

La Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, è una rete con più di 250 partner che mira al miglioramento delle condizioni di lavoro e al rafforzamento dei diritti dei lavoratori nell’industria della moda globale. Lavora in coordinamento con le coalizioni attive in 17 Paesi europei e in collaborazione con le organizzazioni di diritti del lavoro in Canada, Stati Uniti e Australia. Abiti Puliti lavora su diversi livelli: dall’attività di sensibilizzazione e coinvolgimento dei consumatori, alla pressione verso imprese e governi affinché assicurino il rispetto dei diritti dei lavoratori dell’industria dell’abbigliamento e delle calzature. Gli strumenti utilizzati sono la realizzazione di campagne su tematiche specifiche (salario dignitoso, salute e sicurezza, trasparenza, lavoro migrante) e il lancio di azioni urgenti che possano favorire la consapevolezza e mobilitare le persone sia individualmente che collettivamente e sostenere le richieste di assistenza e solidarietà dei partner internazionali per la risoluzione di casi di violazione nei Paesi di produzione.

“Anche Italia – spiega ancora Lucchetti – si registra la presenza preoccupante di fenomeni estesi di lavoro illegale, informale, precario, che si annida nelle parti basse delle filiere produttive”. Oggi assistiamo a fenomeni importanti di rilocalizzazione, tecnicamente si chiama reshoring, verso l’Europa appunto, nei Paesi dell’Est in particolare, ma anche Italia. Il lavoro torna a essere competitivo data la presenza preoccupante di fenomeni estesi di lavoro illegale, informale, precario, che si annida nelle parti basse delle filiere produttive, siano esse a Sud, dove il subappalto fuori controllo trionfa, oppure al Nord, come il noto bacino di lavoro sottocosto offerto dalla manodopera cinese in Toscana ci indica. La globalizzazzione è una sorta di livella, al ribasso. E l’assenza di regole e di interventi pubblici a tutela del lavoro favorisce la discesa dei salari e delle condizioni di lavoro”.

La soluzione? La trasparenza della filiera produttiva: un diritto che conferisce al consumatore la possibilità di scegliere e premiare le aziende che dimostrano di rispettare i diritti umani di chi produce. “La trasparenza – evidenzia Lucchetta – non è in sé elemento di garanzia che i diritti siano rispettati, ma costituisce la pre-condizione per poterlo verificare. Più di 80 mila cittadini hanno chiesto trasparenza tramite le petizioni che abbiamo lanciato. Il tema è molto sentito perché sta aumentando la sensibilità verso il consumo consapevole e verso la necessità di produrre in maniera sostenibile. Nessuno, credo, vorrebbe indossare vestiti prodotti tramite sfruttamento da schiavi moderni che non potranno mai permettersi una vita decente”.

Vedi l’articolo completo sul sito Interris.it

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